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Parigi, che parto! (di Fabrizio d'Azzeo)

L'ultima volta che ha scritto su questo blog, il post si intitolava "Brescia: tu che non ti basti mai". Un annuncio personale in cui Fabrizio comunicava al mondo che il 12 giugno partiva, direzione Parigi.

Sono passati 9 mesi...






Com’è vivere a Parigi?
Mi hai chiesto tempo fa, in una notte di mezza estate.
Bello.”
Ti risposi. Senza aggiungere altro. Perché avrei potuto aggiungere tutto, ma sarebbe stato niente. 

Allora, com’è vivere a Parigi?
Mi hai chiesto guardandomi dritto negli occhi a Café Charlot. 
Non risposi ancora. Era sabato 12 marzo. Nove mesi dal mio arrivo. 

Così oggi, figlio di uno sconvolgente parto parigino, ho deciso di scrivertelo.
Scioccamente”. Come direbbe Franci, che a Parigi ha salutato il mondo. 

Abito “à cotè du Marché des Enfants Rouges”, in una traversa di quella che viene considerata la strada più francese del Marais parigino, Rue de Bretagne. In uno studiò di 25mq che dal terzo piano si affaccia sfrontato su una Parigi esplosa di colori. Come il cielo che la copre. Su quel balcone ho ascoltato per la prima volta la canzone che da Malpensa mi ha portato a Charles de Gaulle “Ship to Wreck” dei The Florence & The Machine. Su quel balcone inizio tutte le mie mattine con una tazza di café allongé e saluto tutte le mie notti che non sono mai le stesse. 
Abito da solo, è una condizione che mi si addice. Sono da solo. Anche se a Parigi, soli non si è mai.
Quando sono arrivato, il 12 giugno, non parlavo francese e non capivo nulla. Sorridevo. À n’importe qui pour n’importe quoi. E dopo una paresi facciale durata 60 giorni, posso dire che a Parigi, sto imparando il francese. 
Ho imparato ad alzare gli occhi a Parigi, perché lassù stanno gli scorci inaspettati. Le finestre nei tetti, i tetti spioventi e le stelle di quando non piove.  
Ho imparato a fare a modo mio. E questo non lo avevo mai fatto. Ma mi piace.  
Come mi piace Parigi. Che è esattamente come la pensi. Niente di più, niente di meno.
Certi giorni sei figlio dell’eccitante vita bohémien a cui devi momenti di inaccessibile felicità. Altri sei devoto visitatore di una città monumentale che nella storia imbeve la modernità. Altri ancora sei un figlio senza terra in un terra di migranti. E in un attimo sei nessuno e sei il mondo, perché a Parigi il mondo ci passa. 



E io ho fatto passare tutta Parigi.
Ho fatto jogging lungo la Senna e mi sono abbronzato sul Canale di Saint Martin. Ho pianto davanti al Pompidou e mi sono divertito nelle sale dell’Orsay. Mi sono fatto 5 ore di Louvre che non sono mai abbastanza e ascoltato un’intera messa a Notre Dame. Sono salito col cuore in gola sulla torre e ho fatto un date con la pop-art a Fondazione Louis Vuitton. Ho passeggiato nel Jardin des Tuileries e assistito al festival della pornografia a Stalingrad. Mi sono immerso nel Marché aux Puces de Saint-Ouen e rinnovato al museo di Branly.
Il 15 agosto, per il mio compleanno, mi sono regalato una bottiglia di rosé e la Tour Eiffel. Lei era illuminata. Io ero da solo. 



Insieme eravamo magnifici.
Sono uscito sempre a Parigi. Non ho mai detto di no. Soprattutto a me stesso. Ho visto tutte le ore del giorno partendo dalla notte e tutti i colori dell’amore partendo dalla libertà. Ho amato nella città dell’amore che non concede di amare. Fino ad oggi. Così forte da assaporare l’abisso di tramonti ruvidi e la delizia di strade speziate. Ho amato così forte che la vita intera mi sembrava un orgasmo. 
Ho avuto paura a Parigi. Quando mi sono trovato faccia a faccia con lo spettacolo del terrore. Ho avuto paura per chi mi era accanto, non per me. Ma ho tirato un sospiro per entrambi quando alle tre di notte, aperta la porta di casa, abbiamo detto “Noi, almeno, siamo rientrati”. La mattina dopo mi sono lavato con il torpore di una città che faceva silenzio, levarlo via era impossibile. 

Vivere a Parigi questi nove mesi è stato come nascere e morire. Ad ogni modo è stato incredibile.
Come incredibile è la scoperta che fai di te e degli altri. Perché quando non conosci niente e nessuno, allora tutto è da conoscere. Qualsiasi cosa da capire. I rapporti da costruire. Una vita intera da ripensare. E se prima la prospettiva sembrava immensa come Parigi, ora tutto è molto più concreto e definito, perché in fondo Parigi così immensa non è. Anzi, Parigi è piccola e a Parigi tutto è piccolo. Ti bastano 55’ di bici e 40’ di metro per andare dal sedicesimo al diciannovesimo. 9mq per rendere uno spazio “abitazione” e 50 cm per definire un davanzale balcone. E finché non avrai una casa la cui metratura ti permetterà di ospitare sei sedie, uscire è l’espediente più in uso per ovviare alla claustrofobia. I bar e ristò sono così piccoli che i tavoli comuni sono una necessità e non un concetto post-moderno di convivialità. Ma ciò che fatica più del vivere a Parigi sono le code. Sempre e comunque. Per questo, appena arrivato, è stato importante pesare l’utilità delle nuove conoscenze. 

Parigi è così, il vero e il suo opposto. Perché ha la magnificenza di una matrona e l’irriverenza di una cortigiana. E davanti a lei (e davanti a me stesso) mi sono spogliato con la reverenza di un devoto e la paura di un novizio. E nelle mie occhiaie ho scoperto una vita, ailleurs





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