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Brescia: tu non ti basti mai (di Fabrizio d'Azzeo)

Ho aspettato una stupenda giornata di primavera per farlo ma, soprattutto, ho aspettato la certezza personale di volerlo fare per davvero. 
Ho fatto il giro delle santelle che, per intenderci, non è stato alcolico, solo informativo. Ho comunicato il verdetto finale a chi per dovere professionale, etico e affettivo doveva saperlo. 

«Il 12 giugno parto. Vado a Parigi».

Ed eccola lì l’inevitabile domanda che tutti ti fanno:
«Ma perché Parigi
«Penso che mi stia bene addosso».
«E cosa vai a fare a Parigi
«A vivere».
«Si, ma che cosa farai lì
«Tutto quello che servirà per viverci».

Fine delle domande. La solita prassi insomma. Ma questa mattina, mentre pedalavo con le Bump in testa e Marracash nelle orecchie, ho incontrato una donna piena di me e non di sé, che dopo i soliti convenevoli mi ha detto:

«Te gnaro, ta baste mìa Brèsa?»



Mi ha colto impreparato il suo dialetto, io che non lo parlo e a stento lo capisco. Ecco la domanda che tutti vorrebbero farmi quando mi chiedono cosa mi spinga altrove. Non “perché vai a Parigi?”, ma… non ti basta Brescia?”.
Ho deciso seduta stante che quella mattina non sarei andato al lavoro. A bordo della mia city-bike e incurante della segnaletica stradale, avrei attraversato la città senza un senso ma con un obiettivo, trovare conferma alla risposta: “No, non mi basta mai”.
Più lo ripetevo e più capivo che non provavo serenità nel dirlo. Provavo qualcosa di inaspettato: angoscia. Allora ho continuato a pedalare e poco a poco quella sensazione sembrava prendere forma nelle strade, nelle vie, nelle serrande chiuse e nei locali sfitti, nelle piazze abbandonate. A Brescia è riuscito a chiudere Grifoni dopo Foot Locker, Rail non è stato in grado di ampliarsi con la versione giovane di sé e Oslo, mecca dei brands alternativi, dopo aver aperto 3 boutique, si è ridimensionato ad un unico, ma sempre contemporaneo, negozio per tutti. Non mi stupirebbe se un domani perfino H&M spegnesse le vetrine, perché penso sinceramente, che a Brescia, prima o poi, tutto fallisca. 
Arrivo in piazza Arnaldo. Un attimo, e la rivedo viva e mondana come lo era. Perché c’erano Spazio Arnaldo, il dj set e il cosmopolitan; c’erano Viselli e il suo champagnone, che “chissà cosa c’era dentro”, a parte la certezza che avrebbe tenuto in mezzo alla strada fiumi di giovani in festa. Più pedalavo e più ritrovavo dei vuoti che un tempo riempivano le mie notti e il mio guardaroba. Era strano pensarci, mi sentivo vecchio, ma il cambiamento provoca un non so che di nostalgico nell’animo di chi c’è da prima. Una sensazione farlocca, mi sono detto, perché per ogni cosa che scompare un’altra ne nasce, come pretende il gioco della vita. 

Allora capisco con certezza che quell’angoscia non deriva dal mio vivere male Brescia, ma dal fatto che Brescia non si basta, impegnata com’è a rincorrere a se stessa. Perché è una città che corre alla velocità della luce, celere, spasmodica, ansiosa, i cui bresciani vogliono tutto e subito. Questo è il loro imperativo. Non sono capaci di aspettare, di attendere, di vedere le cose nascere e crescere. Le divorano con gusto e senza ritegno. Del resto come potrebbe non essere così. A Brescia c’è sempre la stessa gente, sempre le stesse facce, sempre le stesse strade. 
Dovremmo imparare a bastarci ma non siamo in grado di farlo.




Vorremmo incontrare persone diverse, fare nuove conoscenze, parlare in altre lingue ad altra gente. Ma questo non è possibile. Vorremmo fare ogni giorno qualcosa di nuovo, noi che il nuovo lo creiamo ogni giorno, instancabili lavoratori. Perché bisogna dirlo per dovere di cronaca, anche qui qualcuno resiste. E sono i colossi dell’imprenditoria bresciana che esportano ingegno e innovazione in tutto il mondo; sono i piccoli commercianti che ogni anno si reinventano per soddisfare una clientela sempre meno fidelizzata; sono quei locali capaci di rinnovarsi costantemente come l’Areadocks, o diventati pietre miliari della scena underground come il Lio e la Domitilla. Ma quanta fatica continuare ad esserci. Il cambiamento qui è talmente repentino e subitaneo che fermarsi sembra un lusso. I bresciani sono una popolazione attentissima e sensibile ad ogni novità ma, soprattutto, sono novità-dipendenti. Nelle ultime due settimane ho contato 87 paia di Superstar Pharrell ai piedi di 87 fashion addicted. Negli ultimi due anni non c’è persona alcuna che non si sia mossa verso la zona del Carmine e nell’ultimo mese verso piazza Vittoria. Suona retorico ed è un banalissimo cliché, ma i bresciani si muovono in branco. E non si fanno il ben che minimo scrupolo ad abbandonare la strada vecchia per quella nuova, a lasciare il deserto dietro di sé che assume le sfumature del fallimento per altri. Che sia un quartiere, un negozio, un bar, una discoteca. Che sia Brescia stessa. Voltano le spalle con una semplicità disarmante, perché non tollerano il passato, divorano il presente e sono famelici del futuro. Eppure bisogna dirlo, Brescia è al passo coi tempi. A Brescia è arrivata la Omnibus card (tessera unica per tutti i mezzi di trasporto), il cinema in lingua originale, la fibra ottica e la wi-fi zone, aule studio modernissime e attrezzate di ogni comfort, parchi riqualificati che solo per scegliere dove andare a correre ti è passata la voglia di farlo. Ma mentre lo dico, tutto questo è già stato vissuto e consumato, oramai in disuso. Brescia vivrà nell’ansia perenne di dimostrare a se stessa di essere più aggiornata del giorno prima. Ammirevole in un certo senso, deleterio nel senso opposto. Il rischio è l’eterno stato di ansia e insoddisfazione radicato nella città e nei cittadini. E se è vero che niente finisce e tutto si trasforma, allora spero che un giorno i bresciani imparino a trasformare l’ansia in meraviglia e la smania in godimento, per ritrovare al mio ritorno, una città che si basta e, ogni tanto, faccia un respiro. 

Fabrizio d'Azzeo


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