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Promosso a pieni voti il primo esperimento di Progettazione Partecipata dell'Urban Center (di Ivan Confortini)

Le ampie scale d’ingresso, gli alti soffitti, gli affreschi; entrare nei locali dell’Urban Center ti da un senso di solennità, qualcosa di impalpabile ma potente. Ti aspetti un freddo ufficio con tecnigrafi e fogli appesi ed invece scopri di essere in un palazzo signorile del diciassettesimo secolo. Ti riporta con la mente a quando il potere era una cosa per pochi intimi ed invece sei circondato da un sacco di persone che son lì per il tuo stesso motivo. Non c’era posto migliore, credo, per sperimentare quello che potrebbe divenire il nuovo modus operandi nelle dinamiche di elaborazione dei progetti in campo urbanistico, di stesura dei bilanci comunali e quant’altro. A nostro modo ci sentiamo dei pionieri della progettazione partecipata.




Nello specifico si è lavorato sul progetto del parco delle cave. Io continuerò a chiamarlo così,
anche se il suo nome è stato buttato nell’arena per esser smembrato e rivisto. In fondo suona
bene e comunque, qualsiasi nome gli verrà dato, nell’immaginario collettivo resterà sempre il “parco delle cave”; un nuovo nome di solito si da a qualcosa che nasce, ma l’idea del parco
delle cave è ormai in età matura.
Così matura da aver coinvolto circa 180 persone; tante sono quelle che hanno gravitato attorno all’Urban Center in queste settimane, rappresentanti di associazioni ma anche semplici cittadini interessati. Ognuno con la propria personale idea di parco nello zaino, tutti, o quasi, con la convinzione di essere in una fase nuova, in quella fase in cui si concretizzano i sogni e le idee.




Non è stato facile mettere in relazione tante persone. In questo occorre riconoscere l’abilità
di Stefano Staro e Cristina Imbrò, i cosiddetti “facilitatori” che suona un pò come un film di
Tarantino, ma sono semplicemente gli architetti che hanno avuto l’incarico di gestire il processo di progettazione. Con loro hanno svolto un ruolo fondamentale Elena Pivato dell’Urban Center e numerosi tecnici incaricati del comune.
Si è scelto la via di una suddivisione in gruppi di lavoro, ognuno in rappresentanza di una
categoria di portatori di interesse: imprenditori, cittadini, ambientalisti, sportivi. Sensibilità
diverse (nel senso che il gruppo con finalità imprenditoriali non era composto solo da
imprenditori e cosi il gruppo attività sportive da sportivi, eccetera) rinchiuse all’interno di un gruppo di lavoro monotematico, o meglio ,“di parte”; non facile, ma fare l’avvocato del diavolo a volte crea quell’empatia necessaria al riconoscimento delle parti in gioco.




Tre gli obiettivi dei lavori :
1-esprimere proposte ed orientamenti per la definizione di un perimetro del parco
2-elaborare un processo dei sistemi dei percorsi ciclopedonali e carrabili relativi all’intero parco
delle cave
3-intervenire nella progettazione di parte dell’area cave nella zona ovest (nuova beton)
I primi due punti non hanno segnato grosse contrapposizioni, in fondo si trattava di riconoscere il valore dell’esistente, nel bene e nel male. Mi riferisco alle numerose criticità esistenti, alcune accertate, altre da confutare, si spera, con una seria campagna di analisi, rilievi, carotaggi e quant’altro possa servire per rilevare eventuali forme più o meno latenti di inquinamento.
Proprio il riconoscimento delle varie criticità è stato il tema della prima seduta. Non mi sono
stupito quando ho visto, purtroppo, le mappe riempirsi di cerchietti. Ma non è stata una
sorpresa nemmeno vedere le mappe tingersi di rosso, nel momento in cui il tema è diventato
l'individuazione delle aree di pregio; l’entusiasmo con cui si cerchiavano i siti però, quello si, era diverso.




A proposito, la garzaia più grande della provincia di brescia si trova nel bel mezzo del raccordo di ingresso della A4; si è creata da sola, varie specie di uccelli hanno trovato il loro habitat naturale proprio lì. Non lo sapevo, fa riflettere sta cosa.
Contrapposizioni più marcate invece sono sorte nel momento in cui si è trattato di decidere la destinazione d’uso della cava ex Nuova Beton, già in parte di proprietà del comune. Ora non vorrei soffermarmi troppo sul risultato di tutto il processo partecipativo, notizie più dettagliate si possono trovare sul sito www.segnisullacqua.org ma mi preme sottolineare questo passaggio:
Il clima si è acceso nel momento in cui si è dovuto scegliere quanto spazio fosse da destinare
all'uomo per le proprie attività di svago e quanto invece al ripristino di biodiversità, ad un'area rinaturalizzata in cui l'essere umano non è compreso.
Partendo da i presupposti che, la maggior parte delle attività (umane) proposte nei vari gruppi di lavoro sono a bassissimo impatto ambientale (canoa, passeggiate a piedi, bici o cavallo), che il sito è praticamente in città, che è difficile non innamorarsene una volta visitato (malgrado sia ancora in parte utilizzato per attività industriali), che molte persone potrebbero finalmente rimpossessarsi di spazi all'aria aperta in cui fare attività salutari a costo zero; ecco, di fronte a questo, faccio molta fatica a pensare ad un oasi rinaturalizzata bandita all'uomo.



Come dice il mio amico Maurizio Frassi, uno che di queste cose se ne intende,
"Non dobbiamo far uscire la città dal parco ma far entrare il parco nella Città" . Ovvero,
Viviamolo. Evitiamo che la nostra separazione da questi luoghi venga perpetuata anche se per altri fini. E’ stato così fino ad ora e ne abbiamo perso il controllo, fino a lasciare che venissero abusati e sfruttati oltre ogni ragionevole limite. Integrare il parco nella città significa farlo vivere ai cittadini che ne diverranno i naturali custodi, senza per questo impedire che si venga a creare un polmone verde di mitigazione ambientale.
Nei ringraziamenti finali, durante l'assemblea cittadina conclusiva, una frase del sindaco ha
destato la mia attenzione. Secondo il primo cittadino infatti, entro il 2017, tutti gli altri siti, ancora vincolati e sottoposti ad attività estrattive, (in totale sono sei) potrebbero essere acquisiti dal Comune senza pagare dazi troppo onerosi ai cavatori. Se questo fosse vero andrebbe oltre le mie più ottimistiche previsioni, ma quel che mi sento di chiedere al nostro sindaco è questo: quando verrà il momento, per la loro destinazione d’uso e progettazione, mi raccomando, riaprite le porte dell'Urban Center.

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