benzonifabrizio
Sto caricando...

Un anno da #occupygezi

Come dimostra questo link, l'anno scorso, in queste ore, con vari post mi occupavo di quanto stava accadendo a Gezi Park, Istanbul. 


I media, i primi giorni, ne parlavano a stento, per di più trattando quanto accadeva come di una singolare protesta per la rimozione di un parco molto amato per farne un Centro Commerciale. La rete, già dal primo giorno, aveva cominciato a twittare e solidarizzare con i manifestanti per la libertà di parola in Turchia. Una protesta nata dagli studenti, dai giovani, dal passaparola su Twitter.

Poi il grande clamore mediatico, le dirette su corriere.it durante le proteste serali, i racconti su youtube di italiani residenti ad Istambul, i collegamenti in ogni telegiornale.



Qualche giorno dopo, lo sgombero e il silenzio. Silezio durato fino ad oggi, fino al primo anniversario delle proteste.

Gezi Park risulta ancora come un sogno infranto. 



Vi consiglio di leggere l'articolo scritto da Monica Ricci Sargentini su corriere.it che di seguito riporto. Assolutamente condivisibile.

Sarà difficile dimenticare i ragazzi e le ragazze di Gezi Park. Quei çapulcu , «vandali» come li ha definiti il premier Erdogan, che un anno fa, il 28 maggio 2013, hanno dato vita a una protesta che rimarrà scolpita per sempre nella storia della Turchia. Tutto è cominciato quando uno sparuto gruppo di ecologisti si è parato davanti alle ruspe che volevano radere al suolo i 600 alberi a ridosso di piazza Taksim ad Istanbul, il luogo simbolo dello Stato secolare in Turchia. La reazione violenta della polizia ha innescato un moto di indignazione nel Paese e Gezi Park è diventato una cittadella modello, una sorta di Utopia da contrapporre al crescente autoritarismo del governo filoislamico. Un anno dopo però di quella protesta rimane solo il ricordo. Il 30 marzo l’Akp, il partito filoislamico al governo da più di un decennio, ha vinto a mani basse le elezioni amministrative che il premier Recep Tayyip Erdogan aveva trasformato in un referendum sulla sua persona e che erano state minate dalla tangentopoli turca. E nulla lascia pensare che qualcosa possa cambiare prima delle elezioni presidenziali di agosto. Certo ogni tanto la piazza torna ad infiammarsi come è successo tra il 13 e il 18 maggio scorso quando l’incidente in una miniera a Soma, costato la vita a 301 lavoratori, ha riaperto le polemiche sulla sicurezza, gli appalti, la gestione della cosa pubblica da parte del premier e del suo entourage. Ma le pentole per le strade di Istanbul non risuonano più e Gezi Park è ormai un tranquillo giardino cittadino che le forze dell’ordine non lasceranno mai rioccuppare. Ecco il racconto di un anno vissuto pericolosamente.
La cittadella autogestita
Dopo varie giornate di scontri in tutta la Turchia e almeno mille feriti, il primo giugno la polizia si ritira da piazza Taksim. I manifestanti bloccano le strade di accesso al parco erigendo delle barricate. E tra gli alberi crescono le tende. I ragazzi si accampano e si autogestiscono. “Io non sono di destra e neanche di sinistra, io sono çapulcu (vandalo n.d.r.)” la scritta  all’entrata del parco.  L’organizzazione è impeccabile. I manifestanti stampano persino una mappa della zona con i punti di ristoro, la farmacia, i pronto soccorso e i centri di coordinamento dove si distribuiscono tende, sapone e dentifrici. C’è chi ha appoggiato uno specchio su un albero per ogni evenienza e gli alberghi circostanti solidarizzano mettendo a disposizione bagni e docce. Per chi vuole leggere c’è una biblioteca, fatta con i libri portati dai manifestanti e un mercatino dove si lascia e si prende quello che si vuole, i ragazzi hanno messo su anche  un museo che racconta la rivolta attraverso le immagini più significative. Per il tempo libero ci sono le lezioni di yoga e i corsi di meditazione, chi ha bambini può lasciarli al baby club: una tenda ampia dove si disegna su un grande lenzuolo. Agli studenti universitari vengono distribuiti gratis i libri su cui dovranno fare gli esami. Nulla viene lasciato al caso. I medici degli ospedali fanno i turni in camice bianco, attenti a non essere fotografati perché rischiano il posto. I volontari raccolgono meticolosamente le cartacce da terra, si occupano dei rifornimenti e, soprattutto, della sicurezza: le ronde avvisano la piazza sui movimenti della polizia:”Siamo organizzati  – dicono i ragazzi – abbiamo tre diverse linee radio e sappiamo come comunicare in codice. Le provviste non mancano: il cibo arriva da tutta la Turchia, se avessimo voluto del denaro ci sarebbe arrivato anche quello”.

Lo sgombero

Ma l’organizzazione non basta. La partita finale tra il governo e i çapulcu si gioca 1l 15 giugno 2013. Sembrava il solito giorno di festa a piazza Taksim. La polizia sonnecchiava all’ombra del Centro culturale Atatürk mentre davanti ai suoi occhi alcuni ragazzi si mettevano a giocare a pallone. Nel parco le donne improvvisavano una catena umana, un gruppo di nostalgici intonava Bella Ciao, i bambini correvano felici ridendo, i venditori ambulanti vendevano magliette con la scritta “Tayyip vattene” e negli stand si distribuiva cibo gratis. Nessuno si aspettava un attacco di sabato. Invece alle otto di sera si è scatenato l’inferno. Gli agenti si sono infilati le maschere antigas e hanno cominciato ad urlare nei megafoni di abbandonare l’area immediatamente. Gli idranti sono partiti in un silenzio quasi spettrale. Dal parco i giovani guardavano e gridavano: “La resistenza è iniziata ora, Taksim è per sempre”. Poi si sono sentiti i lacrimogeni scoppiare e l’area verde è diventata una nuvola di fumo. È iniziato così l’attacco al piccolo bosco di 600 alberi che i ragazzi avevano giurato di proteggere a rischio della vita. In pochi minuti la cittadella autogestita si è trasformata in una terra desolata. I poliziotti hanno tirato fuori i manganelli e hanno distrutto tutto. Hanno buttato in aria le barelle dei pronto soccorso, gettato per terra il cibo e le scorte preparate con cura, divelto la tendopoli e la biblioteca. I giovani non hanno opposto alcuna resistenza come avevano annunciato. Nella notte, dopo 19 giorni di protesta, netturbini e giardinieri hanno messo o a posto il parco, lavorando giorno e notte per far dimenticare “la cittadella”. Sul campo restano 9 morti e oltre 8mila feriti in tutto il Paese

La delusione

Ma se la rivolta ha funzionato, se l’organizzazione del parco, con tende, farmacie, punti di ristoro e persino la biblioteca, ha lasciato di stucco tutto il mondo, un anno dopo non possiamo dire che siano stati fatti molti passi avanti. Anzi. Dal movimento variegato che ha unito persone agli antipodi non è nata una formazione politica. Gezi Park aveva insegnato che è possibile sfidare il mondo se si è uniti. Oggi a piazza Taksim regna la calma e il movimento che ha tenuto la Turchia in ostaggio per 19 giorni non esiste più, disperso nei mille rivoli dei distinguo, delle posizioni diverse. Ognuno sulle sue barricate.
Molti avevano sperato in un cambiamento nelle elezioni amministrative del 30 marzo soprattutto dopo che il 19 dicembre era esploso lo scandalo sulla corruzione del governo che aveva implicato tra gli altri il premier e suo figlio Bilal. A Istanbul i ragazzi di Gezi Park si erano turati il naso e avevano votato Mustafa Sarigul, il candidato del Chp, un uomo dai toni populisti e con un passato non proprio limpido: “Io cerco di non guardarlo in televisione – aveva raccontato Elif, insegnante di yoga – perché altrimenti cambio idea. La verità è che non c’è stata la capacità di unirsi per far cadere il governo”.
A metà marzo la chiusura di Twitter e Youtube avevano ridestato in parte il movimento, molti ragazzi si sono iscritti come volontari per fare gli scrutatori ai seggi: “Siamo in 33mila – raccontava ancora Elif prima delle elezioni-. Io lo faccio perché voglio pensare di aver fatto del mio meglio. Siamo tutti così stanchi di questa guerra. Ogni giorno aspettiamo le intercettazioni e la gente piange, i miei studenti d yoga piangono. Io penso che presto lascerò il Paese anche se lo amo”.
Ma non tutti sono d’accordo con Elif. Mustafa Nogay, 44 anni, è un convinto ambientalista. Lui è stato tra i primi, con l’associazione Gezi Park, ad opporsi al progetto di Piazza Taksim. Magro, di buona indole, sognatore indefesso, ha una visione lucida della situazione: “Tutto sta andando come deve andare, in un certo senso. Noi sapevamo che Erdogan non si sarebbe arreso, sapevano che sarebbe stato un processo lungo. Non ci aspettavamo questo scandalo della corruzione, sapevamo che c’era, ma non ci aspettavamo le intercettazioni. Quello che è venuto fuori è incredibile. Non è solo un dittatore con le mani sporche di sangue ma un ladro. Per questo è diventato veramente aggressivo. Queste elezioni sono una prova di potere. Ora metteranno tutti quelli che non sono d’accordo con loro in prigione. Ma resto convinto che il destino del premier sia ormai segnato”.


Reazioni: 
Ubicazione: Haber Gezi, Şemsettin Günaltay Caddesi, 34720 Kadıköy/Provincia di Istanbul, Turchia
un anno dopo 4184062120783821201

Posta un commento Disqus

Home page item

Seguimi!

Articoli più letti