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Uguali e Diversi (di Fabrizio d'Azzeo)

Fabrizio è uno a cui piace provocarmi. Lo ha fatto, lo fa e credo continuerà a farlo. 
Oggi ha scelto un tema molto forte e discusso, un tema su cui sono già intervenuto recentemente in Consiglio Comunale in un modo inequivocabile. La sua provocazione è molto più intensa. Io forse dovrei smentirlo, soprattutto quando accusa la politica di incapacità nel rispondere alle esigenze dei cittadini con buonsenso! Dovrei, eppure non riesco a dargli torto!

Ecco il suo pezzo...


Fabio 54 anni - suicida
James 26 anni – suicida
Simone 21 anni – suicida
Tyler 18 anni - suicida
Andrea 14 anni - suicida
Roberto 14 anni - suicida

6 nomi, 5 età, 4 città, 3 teenagers, 2 democrazie, 1 comune intento, morire!




Non di quella morte universale che spetta a tutti. Morti ammazzati da se stessi. Nel pieno della facoltà decisionale di anticipare, piuttosto che attendere, il giorno della fine. Una fuga voluta in un aldilà migliore, in un universo parallelo (chissà in quale cyberspazio) dove automi o re-incarnazioni di noi stessi vivono una seconda vita, forse, serena.
Le parole che uscivano dalle loro bocche ora cadono dalle mani imbrattate di sangue, il loro.

Loro che sono i caduti di oggi.

E se per ogni vittima c’è un carnefice questo non vale per i suicidi. Ma un capro espiatorio deve esserci: nulla accade per caso. La società, per dare un senso alle cose, deve sapere contro chi puntare (sensatamente) il dito. Non può esistere colpa senza colpevole, non per l’umanità.
Se non ci sono mani a cui imputare il reato, si fa appello al sentore comune e ad essere accusata è la società tutta, indistintamente. Ma quando la società mette sotto processo la società stessa in virtù della coscienza sociale, istituzioni, politici, associazioni, accademici, giornalisti, intellettuali, artisti e perfino comuni mortali se ne tirano fuori. Quindi, chi accusiamo?




Società è tutti e, all’occorrenza, nessuno.

La mancanza di un mandante che, senza mandatario, diffonde nella gente il germe della violenza e della discriminazione, ne inficia il giudizio a tal punto da fare del giudizio stesso l’indefinito, e non perseguibile, responsabile.

Ma di omosessualità, oggi, si continua a morire. Non perché uccida (non è una malattia per chi ancora non lo sapesse), ma perché in nome di questa ti fanno morire.

L’omosessualità di per sé non provoca dipendenza (contrariamente ad alcool, droga, tabacco, gioco, e collezionisti di Sepolti in casa…), non nuoce gravemente alla salute di te ne di chi ti sta intorno, non istiga alla violenza (parliamo di omosessuali non dell’effetto che hanno sugli omofobi), non crea disturbi psico-fisici ne comportamentali (se non indotti), non provoca incidenti stradali (salvo pratiche sessuali con veicolo in movimento). Insomma, l’omosessualità sembrerebbe essere quanto meno innocua. E dato per certo che lo sia, cosa spinge la società e le istituzioni alla non accettazione?




L’arcano dilemma che si tratti di scelta, traviamento o malattia?

Trovo quanto meno disdicevole che l’irrisolto quesito blocchi l’intera macchina normativa nei paesi occidentali emancipati. Forse che si neghi l’omosessualità perché il volto blasfemo del peccato dantesco? O perché considerata la più deplorevole delle pratiche sessuali volta al riempimento di un pertugio ad altro destinato? O in virtù della più nobile delle cause, la procreazione, che non vede un senso nel seme che svuota e basta? Quale che sia la risposta, accettatane la sensatezza, perché non porsi l’assunto fondativo di ogni società civile: le libertà individuali. Soggetti, persone, o più comunemente, uomini, che vivono e lasciano vivere senza il diritto alla vita (libera).
I suicidi degli omosessuali rientrano a pieno titolo (ed è quanto meno imbarazzante se non addirittura vergognoso) nella dieci cause di morte più diffuse al mondo.
A fianco dei reali mali dell’umanità quali catastrofi naturali, guerre, cancro e tumori, malattie cardiovascolari, incidenti stradali, alcool, droga, omicidi e donne vittime di violenze, si legge suicidi omosessuali.
A contribuire alla volontà suicida però non sono integralisti, tabacco, cellule cancerogene, ubriachi alla guida. Ci sono i progetti genitoriali risposti in un figlio che ancora non sa parlare, le aspettative di una società stereotipata e maschilista, la sopravvivenza in una collettività che rifiuta le diversità per paura del cambiamento. Siamo codardi, timorosi di Dio e di chissà chi. Incapaci di afferrare il vero potere e asservirlo al bene comune. Per vigliaccheria non esaltiamo l’evoluzione, che troppo spesso, viene confusa con rivoluzione. Integrare vuol dire accettare e completare non distruggere in nome di una causa minore.



Qualcuno sostiene che l'omosessualità sia stata gradualmente disconosciuta come crimine o malattia e decriminalizzata in quasi tutte le nazioni sviluppate, le democrazie occidentali: forma accattivante e sostanza evanescente.
Non potremmo invece decidere di rendere anticostituzionale quel governo che non provveda a garantire il libero arbitrio nella stessa parità di dignità e diritti individuali?
Ma se ci vuole coraggio ad accettare un figlio, chissà quanta audacia ci vuole per imporre al mondo la libertà. Un coraggio che i paesi sviluppati, a partire dall’Italia, ancora non si sono dati, perché parlare è più semplice di fare. La preoccupazione è mettere tutti a tacere con commoventi apparizioni pubbliche intrise di sensazionali discorsi retorici piuttosto che chiudere i rubinetti dello sproloquio e firmare una trentina di parole che garantirebbero, da qui in eterno, il diritto alla vita per tutti, indistintamente.

Al di la di ogni fazione partitica, appartenenza ideologica o credo religioso, l’umanità (e la politica in particolare) dovrebbe operare mossa dalla più nobile delle legislature, quella guidata dal buonsenso. Il buonsenso, giudice super partes che appartiene a tutti e non è di nessuno. Il buonsenso che inizia laddove arrivano i meri programmi elettorali e le pure questioni politiche di appartenenza a questa o quella corrente. Il buonsenso, garante della vita e per questo monarca assoluto in una società democratica.

Non dovrebbe (uso il condizionale) essere il fine primo e ultimo della politica, assicurare a tutti i cittadini il diritto alla vita e in questo senso legiferare e riformare? Nella direzione opposta potremmo parlare di omicidio volontario e premeditato. Ma la prima condizione necessaria per fondare una società civile progredita è la fiducia, senza la quale avanti non si va. Allora fidiamoci e affidiamoci certi che, se le cose non cambieranno, questa volta conosceremo il volto dei colpevoli.




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Ubicazione: Brescia BS, Italia
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