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Brescia: esserci o non esserci, questo è il problema! (di Fabrizio d'Azzeo)

Le discussioni sulla mia città mi sono sempre piaciute. Con gli amici le serate a parlare della voglia di partire, di restare, di immaginare non sono mai mancate. Poi c'è stata Brescia per Passione, la mia voglia di cambiare le cose, la mia voglia di restare..

E ora ci sono le discussioni su Facebook, con nuovi e vecchi amici, su quello che si può fare per cambiare Brescia,e su quello che molti immaginano nella propria testa.


Ho chiesto ad uno loro di provocare, di scrivere senza freni quello che pensa di Brescia. E ora che l'ha fatto, lo pubblico volentieri anche perchè, devo ammetterlo, condivido quasi totalmente quanto ha scritto.



Brescia: esserci o non esserci, questo è il problema!
di Fabrizio d'Azzeo

Quante volte le mie quattro amiche ed io ci siamo ritrovati intorno ad un tavolo, con le mani infreddolite su una tazza di caffè, ad immaginare il futuro che per noi era lontano da qui, soprattutto per me!

Brescia la città del vorrei ma non posso.

Era questo il nostro motto. Eravamo (e forse siamo) ipercritici nei confronti della nostra città. Eccetto Giuly. Lei ha sempre dichiarato amore per Brescia: un amore incondizionato, ma pur sempre scettico. Così si è unita al quel coro insistente che ci ha accompagnato negli anni dell’adolescenza.
Brescia si dichiara città della Cultura ma non investe su un piano di comunicazione e promozione del territorio degno della sua offerta. Brescia vuole essere città contemporanea di stampo europeo ma vacilla sulle nuove infrastrutture manchevoli delle tecnologie più scontate. Brescia vuole dirsi città degli studenti ma non realizza una rete universitaria al pari di altre città come Padova, Bergamo o Torino. Brescia vuole offrire divertimento ai giovani ma adotta un’ordinanza comunale con la quale si dispone la chiusura dei bar e dei locali (fatti aprire per riqualificare il centro storico) entro e non oltre l’una di notte. Brescia crede nelle nuove leve cittadine ma dirige altrove gli incarichi diplomatici (vedi Artematica, Treviso). Brescia crea una metropolitana che si aggiudica il secondo posto per costruzione architettonica in Europa e, anziché educare i cittadini all'utilizzo del mezzo pubblico, pensa bene di chiuderne il servizio alle 22.30 e a alle 00.00 nel weekend (that’s miracle!).
E poi ci sono i bresciani, con la loro storia e il loro background.



Una popolazione di circa 188.413 abitanti, distribuita su una superficie di 90,68 km², nata, cresciuta ed educata con un unico grande fine: lavorare (e guadagnare), impegnata assiduamente a crescere il proprio orticello. E solo quello.
Si, perché nei e fra i bresciani non c’è collettività. Non c’è una popolazione che fa rete e interagisce. Ci sono gruppi, gruppetti e grupponi, con i quali si nasce, si cresce e (forse) si muore. Non esiste un plurale maiestatis che fa del singolo la moltitudine. Non c’è una sinfonia che suona all’unisono. Ci sono poche voci e molti indifferenti. Del resto Brescia ha sempre coltivato l’etica dell’impegno professionale e non sociale; l’impegno politico di pochi che non riguarda i molti. Perché a Brescia, diciamocela tutta, si sta meglio che altrove, e i problemi non sono personali.
Ma se non sono personali, come potranno mai essere collettivi? Semplice: questa città, a volte, ti lascia da solo!
Mi sono svegliato una mattina, erano le 9, sono uscito a piedi in pieno centro storico, nel cuore della vita cittadina. Ho camminato, pranzato, mi sono rilassato ai parchetti e ho fatto un aperitivo seguito da una cenetta a lume di me stesso. Sono stato in giro fino alle 2 e, non stentate a crederci, nessuno mi ha rivolto parola. Praticamente un estraneo nella mia città alla ricerca spudorata di una faccia amica dopo quasi 10 ore di solitudine.
Eppure se cammini (e l’ho fatto) per Bologna, in un viale lungo circa 1km, parti da solo e ti ritrovi a destinazione con altri 9 ragazzi che ti offrono da bere e ti parlano come non ci fosse un domani. E ti chiedono l’amicizia su FB e rinnovano mensilmente un'ospitalità inspiegabile.
Ci sono città come Bergamo (dove studio), che riportano per strada maxi affissioni sulle quali si legge a caratteri cubitali Bergamo candidata Città della cultura in Europa per il 2015.
Ci sono città come Milano, con circa 1.500.000 di abitanti, dove tutti sanno tutto di tutti e di tutto.
Poi c’è Brescia, dove ancora qualcuno non sa che nei soli mesi di settembre e ottobre ci sono stati i weekend della notte bianca, della mobilità sostenibile, della moda e del design, dell’opera e, non molto in là, della cultura. Il bresciano non si interessa a ciò che accade al di fuori (ma si lamenta oh a Brescia non c’è mai niente). Al bresciano le cose vanno dette a voce altrimenti stai certo che non si curerà di scoprirle. Non si guarda attorno, non può, chiuso com'è nella sua monovolume da cui non stacca mai il culo manco dovesse entrare con la macchina nei locali. Il bresciano ama la comodità, le cose dette, la concretezza e soprattutto ama se stesso (che deve star bene).
E, nella condizione universale di una sola esistenza, possiamo fargliene una colpa?
Dopo tanti caffè bollenti e un’infinità incalcolabile di critiche, Giuly vive e lavora a Milano, Silvia a Berlino, Giulia in Nuova Zelanda e Valentina, dopo anni altrove, ha deciso di fermarsi un po’ qui intanto che non si sa. Insomma, chi ha dato letteralmente aria alla bocca è il sottoscritto che parlava di Parigi, New York e Londra e, dopo aver girato le capitali del Vecchio Continente, se ne torna a Brescia, ancora e ancora.



E quanto più torno tanto più si allontana l’idea di migrare. Più passo in rassegna le città simbolo della contemporaneità europea (Madrid, Barcellona, Parigi, Amsterdam) più penso che Brescia, tutto sommato, non sia così male. Credo ancora che non conosca il dialogo, fra i cittadini, fra i cittadini e le cariche pubbliche e fra le cariche pubbliche stesse. Credo non conosca le sfumature ma si rifaccia solamente al bianco o al nero. O sei di destra o sei di sinistra. O sei un ecologista che gira in bicicletta o parcheggi la nuova 500 davanti all'ingresso della pirleria Elda. O sei un integralista o un pacifista. O ami il festival del Circo o dedichi anima e cuore alla rivalutazione del Castello di Brescia. O sei tipo da Multisala Oz, o da Cinema Sociale (della stessa proprietà, fra l'altro). I primi colpevoli siamo noi bresciani che parliamo male del vicino ancora prima di parlarci e sputiamo nel piatto in cui mangiamo insultando Brescia da capo a piedi, dimentichi che ci da di cui vivere e mangiare ogni giorno.
Già. Perché a Brescia si lavora, si mangia e ci si diverte (troppo poco). A Brescia piano piano, anzi, lentissimamente, le cose sembrano cambiare verso un’avanguardia liberal-culturale che ne elevi la nomea. Perché Brescia è letteralmente fatta su misura per un uomo. Eccelle per virtù industriali , sportive, sanitarie e ospedaliere (la lotta per le staminali), artistiche, creative, sartoriali ed imprenditoriali. Ed io, in questo, mi sento brescianissimo, nonostante quelle 4 amiche sostengano che io sia terrone. Ma se è vero che la terra si porta nel sangue e la città natale sulla carta d'identità allora è quanto mai vero che sono bresciano.
Così, mentre fumo la sigaretta della buona notte penso alle mie amiche lontane, ai quei caffè e sorrido di un sorriso sincero e penso che il nostro motto fosse vero al rovescio.

Brescia è la città del posso ma non voglio.

E io voglio. Voi fate come credete, esserci o non esserci. Se ci siete dovete, anzi dobbiamo, costruire una città che sia mecca imperdibile per studenti, lavoratori, turisti, appassionati di arte e giovani mondani in cerca di sano divertimento.
Prendere o lasciare. Se la prendete, bisogna che ci crediate (e crediamo) assieme.

Perché Brescia può, molto e molto più di tante altre città: dovrebbe solo volerlo, quotidianamente, al di là di tutto e di tutti.


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